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Pasquale Santoro

 

Scultore, accademico dal 2013

Nasce nel 1933 a Ferrandina (Matera). Trasferitosi a Roma, si iscrive alla Facoltà di Medicina che abbandona per dedicarsi all’arte. Nel 1956 inizia l’apprendistato presso la “Scuola del Nudo” di Antonio Corpora in via Margutta, dove conosce Achille Perilli e frequenta Giuseppe Capogrossi. Attraverso Giulio Carlo Argan incontra Lionello Venturi e Nello Ponente. Sono gli anni in cui l’informale comincia a mostrare le prime crepe e subito dopo, nella prima metà degli anni Sessanta, quando l’arte programmata e cinetica si pongono in contrapposizione con l’imperante Pop Art. Aderisce al “Gruppo Uno” (Biggi, Carrino, Frascà, Uncini, Pace) che riporta sul tappeto i procedimenti tradizionali dell’arte “ma riconsiderati – come puntualizza Argan – da un nuovo punto di vista, come mezzi di indagine”. Nel 1958 è a Parigi dove frequenta l’Atelier 17 di Stanley William Hayter, incontra Jean Paulhan e gli intellettuali e gli artisti che fanno capo alla “Nouvelle Revue Français”: André Pieyre De Mandiargues, Jean Fautrier, Jean Bazaine, Pierre Mosquelier, François Peugeot, Jacques Villon, Hans Hartung e Max Ernst. L’Atelier 17 è una scuola per apprendere le nuove tecniche dell’incisione ma, soprattutto, un importante centro di sperimentazione per artisti dell’avanguardia europea e nord-americana. Sono di questo periodo l’illustrazione dei poemi di Apollinaire, Garcia Lorca, Ungaretti, Baudelaire, Quasimodo, le personali di Reims (Galerie Drouez) e Parigi (Galerie du Haut Pavé), la partecipazione al “Premio Morgan’s Paint” di Rimini e Lubiana, e opere come Motion and Colour caratterizzate da ampi campi di colore saturo interrotti da linee in forte contrasto cromatico, vibranti per la resa del tratto, grumoso e discontinuo. Marisa Volpi, nel 1961, introducendo la mostra sull’Atelier 17 tenutasi alla Galleria Einaudi di Roma, scrive di Santoro: “mentre l’acquaforte velava qualche volta il nucleo della sua tematica – il fluire del tempo, la scarsa traccia lasciata dalla vita, subito resa fossile o remota – suggerendo per la ricchezza della tecnica stessa immagini-pretesto ad una fantasia inconscia, sulla tela l’artista realizza con estrema purezza la continuità, solo casualmente interrotta dalle dimensioni del quadro, di queste fluide ripetute verticali. E sebbene egli non voglia trarne (né provocare) alcuna sensazione di acquietamento lirico, proprio quella fluidità ritmica, malgrado la sensibilità eccezionale al colore e alla luce, suggerisce un modo quasi sonnambulico di uscita dall’angoscia del tempo”. Del 1959 è la sua prima mostra personale romana, alla Galleria Appia Antica, e dei primi anni Sessanta l’interesse per la scultura di cui Nello Ponente avverte le novità nello “spazio generato dai rapporti mutevoli dei profilati industriali, impiegati come struttura fondamentale”, Palma Bucarelli lo slancio dinamico, tanto da commissionargli per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna, La foresta pietrificata, realizzata nel ’67, Jacques Lassaigne la capacità di dispiegare immagini inedite utilizzando fasci di ferro e acciaio inox proiettati in avanti, Giuseppe Ungaretti “la dinamica flessibilità, senza confronti estrema e sublime e orrenda e come mai nessuno avrebbe osato sognare”. Seguiranno, nel 1962 la partecipazione alla Biennale di Venezia (dove sarà presente anche nel 1966 e nel 1976) e la frequentazione con Alberto Giacometti, nel 1963 la presentazione del “Gruppo Uno” alla Galleria Quadrante di Firenze, la partecipazione alla IV Biennale di San Marino e alla VII Biennale di San Paolo del Brasile, nel 1964 la IV International Biennal Exhibition of Prints di Tokyo, nel 1965 la presenza nella rassegna Pittura italiana d’oggi organizzata dalla Bucarelli a Monaco, nel 1966 la III Exposition Internazionale de la Sculpture Contemporaine al Museo Rodin di Parigi, nel 1968 la pubblicazione del libro “Il dolore” di Giuseppe Ungaretti con trentasei incisioni su legno (una copia in teca d’argento, donata a Paolo VI, è ora ai Musei Vaticani), e il Monumento ai Caduti per la Resistenza a Bossolasco, nel 1971 la personale alla Galleria Qui Arte Contemporanea di Roma, subito riproposta a Parigi al Musée d’Art Modern de la Ville, nel 1973 la personale di gioielli a Montreal. Il gusto e la libertà dell’indagine, della ricerca sperimentale (esercitata nella pittura, nella scultura, nella grafica, nella ceramica), non prevedono una concettualizzazione severa, perciò Santoro abbandona il “Gruppo Uno” e continua da solo l’esperienza sui linguaggi e le tecniche che questi sostengono. Poeti e critici di rilievo, e tra questi Venturi e Calvesi, Dorfles e Vivaldi, Sinisgalli e De Libero, Murilo Mendes e Carlo Bertelli sono tra i primi a sostenere questo lavoro che esplora lo spazio equilibrandone i segni, combinando, in maniera inusuale, pittura e incisione, scandendo le leggi della geometria nel ritmo musicale dei colori, accogliendo l’inatteso come elemento essenziale della poesia. Sarà sempre Bertelli, nel 1978, a fargli tenere un corso di grafica presso la Calcografia Nazionale dove rimarrà fino al 1983. Nel 1979, la mostra di Bucarest e il Cristo in ferro e marmo per Matera inaugurano un nuovo periodo nel quale prevale l’aspetto progettuale e monumentale messi in evidenza nel 1980 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, nella mostra “Arte e Critica”, nel 1981 a Houston, nel Sakovitz Festival del design italiano, nel 1986 all’XI Quadriennale di Roma dove espone “Sintesi”, la grande scultura in acciaio di cm 600 x 200 diventata “Metaponto” e acquisita dal MUSMA di Matera, nel 1987 nell’antologica della Biennale di Gubbio e nella personale alla Galerie de l’École d’Architecture di Strasburgo, e poi al Palazzo delle Esposizioni di Roma, ad Amsterdam, a Mosca e a Leningrado (1989-90), a Milano (1996), ancora a Roma (nel 1997; con le sculture murali in ferro “I nodi” e la serie di incisioni “I cieli del Piranesi” poi esposte a Pisa e a San Francisco nel 2008), al West Moreland Country College (Pennsylvania, USA, 2003), all’Istituto Italiano di Cultura del Lussemburgo (2003), alla Galleria Klovic di Zagabria (2004), alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma (XIV Quadriennale, 2005, dove espone Omaggio a Tiziano.it, opera in ferro saldato e acciaio ora posta davanti all’ingresso della Facoltà di lettere dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”), a Villa D'Este di Tivoli ('50 e '60 La scultura in Italia, 2007), a Villa Mondragone (Percorsi dell'astrazione, 2007, mostra organizzata da Bruno Aller, direttore della galleria “Arte e Pensieri” di Roma dove Santoro ha tenuto una personale nel 2001). Nel 2004 realizza la Tomba per la famiglia Argan nel Cimitero di Orbetello. Sue opere figurano nei più importanti musei del mondo, non ultimo il MUSMA di Matera che ospita, in un’ampia sala personale, i momenti più significativi del suo lavoro, oltre ai tre cancelli realizzati nel 2006 per gli antichi ipogei.

 

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> Premio Presidente della Repubblica

 

> Festa di San Luca 2011_Le sculture di Pasquale Santoro

 

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