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MARIO RIDOLFI

Presidente, architetto

Nasce a Roma il 5 maggio 1904. Il padre, Salvatore, di origini marchigiane, ha alle spalle una lunga tradizione di artigiani decoratori impegnati nell’edilizia. La madre, Egle Sestili, casalinga, è umbra.  Mario, ultimo di cinque figli sopravvissuti su dieci nati, avviato al mestiere del padre compiendo, come lui stesso ricorderà, «i primi passi in cantiere [e apprendendo] la severa disciplina del lavoro» (Ponti 1943), sarà l’unico ad aver modo di proseguire gli studi, soprattutto grazie al concreto interessamento di Vittorio Ribaudi, ingegnere alle Cartiere meridionali presso il quale il giovane lavora dal 1918 al 1923, inizialmente come dattilografo, poi come disegnatore. Potrà così, terminate le scuole inferiori, iscriversi al Museo artistico industriale nella  sezione C destinata ai futuri «disegnatori di mobili, stipetai, disegnatori di architettura» (Conforti 2005). Nell’anno accademico 1923-1924 si iscrive alla Scuola superiore di architettura di Roma, istituita solo nel dicembre 1920 e al tempo ancora ospitata al “Ferro di cavallo”, la storica sede dell’Accademia di Belle Arti in via Ripetta. Tra i suoi colleghi di studi frequenta, in particolare, Mario Fagiolo e Adalberto Libera con i quali parteciperà a diversi concorsi negli anni compresi tra il 1925 e il 1933. La presenza di Libera in questi anni di formazione è fondamentale per Ridolfi che sente nell’esuberante amico trentino la possibilità di staccarsi dall’accademismo romano. Insieme partecipano ai primi incontri del gruppo romano dei “razionalisti”, fortemente incentrato intorno alla figura di Libera, organizzatore, con Gaetano Minnucci, della I Esposizione Italiana di Architettura Razionale inaugurata a Roma il 28 marzo 1928 (Ridolfi, ancora studente, è presente con cinque progetti). Si laurea nel 1929 con il progetto per una Colonia marina a Castelfusano, ottenendo la votazione di 105/110. Nel 1930 per la terza volta tenta, e ora con maggiore determinazione, la carta del Pensionato artistico, per ottenere, come avvenne, l’agognato premio che gli avrebbe garantito per due anni un congruo vitalizio e consentito di compiere un viaggio di studi all’estero, assai ben rimunerato. Sempre nel 1930 inizia ad insegnare presso l'Istituto Tecnico Industriale Grella (ora Galileo Galilei) a Roma. Nell’estate di quello stesso anno, durante una breve vacanza all’isola del Giglio, conosce Adele (Lina) Caffoni, che avrebbe poi sposato il 29 giugno 1931. Da questo momento, la ricerca di fondi per il sostentamento della famiglia – nel novembre 1931 nascerà Massimo, poi Fabio (gennaio 1933), Stefano (maggio 1935) e Furio (luglio 1938) –, unita a una spiccata e mai doma ambizione personale, si fa ancora più serrata. Nel 1931 partecipa con quattro progetti alla seconda Esposizione di Architettura Razionale e, negli anni seguenti, la vittoria ad alcuni concorsi gli procura i primi lavori di rilievo: del 1932 è l'incarico per la realizzazione di una fontana in piazza Tacito a Terni e del 1933 quello per il palazzo postale al Nomentano a Roma, opera quest'ultima che decreta la fine del sodalizio con Mario Fagiolo. Nel 1933 inizia anche la lunga collaborazione con Wolfgang Frankl, al tempo in fuga dalla Germania nazista. È Frankl a fargli conoscere Konrad Wachsmann e, insieme, a portarlo verso la cultura artistica e architettonica tedesca. Negli anni tra il 1934 e il 1940 la partecipazione a concorsi e la realizzazione di alcune opere pregevoli vedono consolidarsi la fama dell'architetto romano. Fuggito Frankl in Inghilterra nel 1939 in seguito alla proclamazione delle leggi raziali, Ridolfi continua da solo la propria attività. Negli anni della guerra dedica molte delle sue energie ad ampliare il suo personale “archivio edile”, una raccolta di materiali sulle varie componenti edilizie iniziata già con Frankl nel decennio precedente come risposta alla diffusa sciatteria nella pratica costruttiva del tempo. Contemporaneamente sviluppa gli studi manualistici, concentrandosi su questioni che vanno dalla normalizzazione degli infissi alla progettazione dei mobili fissi, sino alle tematiche della unificazione dei codici del disegno professionale, i cui primi esiti trovano spazio in alcuni articoli e quindi nel Manuale dell’architetto, edito nell’immediato dopoguerra a cura del CNR/USIS per iniziativa di Bruno Zevi. Nel 1945 è incaricato di redigere il Piano di ricostruzione della città di Terni, primo incarico tra i tanti che svolgerà nella città umbra. Accanto a queste prove di maggiore rilievo, alcuni progetti di ristrutturazione di appartamenti, molti dei quali condivisi con il fratello Angelo (che nel dopoguerra aveva prelevato la ditta paterna), nei quali Ridolfi sperimenta alcune soluzioni per mobili e arredi fissi elaborate negli anni dello stallo professionale. Ancora nel 1945 Zevi lo chiama alla direzione della rivista «Metron», organo ufficiale dell’Apao, e lo coinvolge nell’attività della Scuola di Architettura Organica, come insegnante al corso di Tecnologia e pratica della progettazione architettonica. Nel novembre del 1946 è eletto consigliere comunale a Roma nelle liste del Blocco del Popolo. Seguiranno anni di importanti progetti e realizzazioni per la committenza pubblica e privata, condotti nuovamente con Frankl, tornato a Roma nel 1948, e con la collaborazione di Domenico (Mimmo) Malagricci, entrato nel 1949, ventiduenne appena diplomato, nello studio di Ridolfi, suo professore all’Istituto tecnico industriale Galileo Galilei. Nel settembre 1961 subisce un grave incidente automobilistico che lo costringerà all’inattività per quasi un anno durante il quale è Frankl a portare avanti lo studio. Alla ripresa dopo «la botta» (così Ridolfi chiamava l’incidente), un prestigioso riconoscimento, il Premio Presidente della Repubblica per l’architettura dell’anno 1963, ricevuto direttamente da Antonio Segni nelle sale dell’Accademia di San Luca il 16 aprile 1964. Ma l'amarezza per il progetto mai portato a compimento per il motel Agip, il diminuire costante e inesorabile degli incarichi, a cui si deve aggiungere una triste nota personale, la morte della moglie Lina, avvenuta nell’agosto 1970, inducono Ridolfi a prendere drastiche decisioni: chiudere lo studio, abbandonare Roma e ritirarsi a Marmore, a casa Lina. L'ultimo periodo in Umbria, sebbene funestato da una progressiva perdita della vista, lo vede protagonista di una nuova stagione creativa, caratterizzata perlopiù da progetti e realizzazioni nei dintorni di Terni per una committenza privata di amici e conoscenti, interventi afferenti a quello che è stato definito come il Ciclo delle Marmore. L’attenzione sull’architetto romano, caduto un po' nell'oblio, si riaccende nel 1974, quando la rivista «Controspazio» diretta da Paolo Portoghesi, in onore dei settanta anni di Ridolfi gli dedica interamente i numeri di settembre e novembre. Quindi, sul finire del 1979, una grande mostra a Terni – Le architetture di Ridolfi e Frankl – organizzata da Francesco Cellini, Claudio D’Amato e Enrico Valeriani; e, l’anno seguente, una personale allestita alla Corderia dell’Arsenale nell’ambito della I Mostra internazionale di architettura della Biennale di Venezia diretta da Portoghesi e intitolata La presenza del passato. Sul finire degli anni Settanta, l'elezione a Presidente dell'Accademia Nazionale di San Luca per il biennio 1977-1978; poi ancora qualche commessa privata e un ultimo importante incarico pubblico, il progetto per il palazzo degli uffici del Comune di Terni, il cosiddetto “Bidone”, per il quale Ridolfi, Frankl e Malagricci tornano a lavorare insieme. La morte del figlio Fabio avvenuta a Toronto nel dicembre 1982, l’inesorabile peggiorare delle sue condizioni fisiche, le difficoltà motorie e la vista ormai quasi perduta, portano Ridolfi a decidere di voler concludere la sua vita. Il suo corpo verrà ritrovato nelle acque del Nera l’11 novembre 1984.

http://www.fondoridolfi.org/

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