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News dall'accademia
18/dic/2012

Premio Toti Scialoja per la poesia
conferito al poeta Filippo Strumia

 

introduce e coordina
Francesco Moschini

interverranno
Filippo Strumia, Paolo Mauri

 

Martedì 18 dicembre alle ore 17.30 presso l’Accademia Nazionale di San Luca avrà luogo il conferimento del Premio per la poesia Toti Scialoja al poeta  Filippo Strumia per Pozzanghere (Einaudi, Torino 2011). Nel corso della manifestazione, introdotta e coordinata da Francesco Moschini, Segretario Generale dell’Accademia Nazionale di San Luca, Paolo Mauri illustrerà, dopo una lettura dei propri versi da parte del poeta premiato, il valore poetico del volume di Strumia e le motivazioni che hanno determinato l’assegnazione del riconoscimento che, giunto alla seconda edizione, è stato assegnato al poeta dal Consiglio di Amministrazione della Fondazione con voto unanime. Il Premio per la poesia rappresenta, con il Premio per i linguaggi artistici, uno dei due riconoscimenti istituiti, con cadenza biennale, dalla Fondazione Toti Scialoja che, costituita il 19 maggio 2000 per volontà testamentaria di Gabriella Drudi e in ottemperanza dei desideri di Toti Scialoja (Roma, 1914-1998) intende, attraverso la promozione di tali iniziative, rievocare i due “volti” del grande artista recentemente scomparso e la sua imprescindibile presenza nella vita e nel panorama artistico-culturale del nostro paese nel corso di molti decenni del secolo appena archiviato. L’esordio nella poesia di Strumia è stato bene accolto dalla critica; di lui ha scritto Alberto Asor Rosa “utilizza con inaspettata sapienza la sua esperienza di psicanalista junghiano per rappresentare un mondo frantumato e animalizzato”; mentre per Enzo Golino quella di Pozzanghere è “una ricerca di identità che oscilla fra alati pensieri e le più trascurabili forme di vita”; in questo percorso poetico – aggiunge Golino – “accostamenti insoliti di fatti, oggetti, fenomeni naturali, specie animali, stasi e azioni, durezze impoetiche e suadenti flessibilità espressive movimentano un linguaggio in bilico tra enigma e artificio, corporalità e astrattezza, lampi ricorrenti di nichilismo e un’ironia scolpita in versi contro se stesso: tu mi fingi forse un dio / io mi so mezza cartuccia. Oppure in un incipit quasi epigrammatico: la mia vita è un abuso edilizio”. Penetrante anche il commento di Maria Grazia Calandrone: “Il libro di Strumia non è consolatorio: la consolazione sta nella forza esclusivamente umana di sopravvivere alla coscienza della fine restando come in volo, felici mentre siamo macchiati di morte, macchiati a morte, felici in una sospensione di fiato, accettando di essere non più durevoli di quel millesimo temporale tra lo scatto della lingua del ramarro e l’ingoiamento della mosca”.

Filippo Strumia (Roma, 1962) psichiatra e psicoanalista di orientamento junghiano, nonché autore del romanzo Flumen (Collana Scatti, Elliot Edizioni), con questa sua prima raccolta sorprende il lettore con una invenzione linguistica “spericolata” che sembra portare in superficie i fantasmi di una vita ctonia  spesso  incarnati in figure animali. “Le pozzanghere riflettono le luci dell’universo”, recita l’incipit del risvolto di copertina e meglio non si poteva dire per inquadrare una ricerca che mette l’io in rapporto con l’idea di tutto: “Siamo atomi migranti, / siamo istanti, frantumati / nelle bocche dei giganti”, oppure “quello che capita / a volte un po' di luna / e le ombre dei randagi casuali”. Sono un simbolo forte del panteismo eccentrico di Strumia, dove i meccanismi cosmici si manifestano, con un po’ di mistero e molto understatement, nelle forme di esistenza minime e meno appariscenti. Per questo l’uomo trova uno specchio straniante ma anche profondamente veritiero negli insetti o addirittura nei batteri, in un fossile o in un grumo di resina. “Siamo atomi migranti”: sembra la sintesi poetica del famoso racconto di Primo Levi sul carbonio. Quella di Strumia è una visione scientifico-materialista del mondo, ma non per questo meno segreta, piena di simboli indecifrabili. La sua poesia è lontana dalla tradizione lirica: l’io che viene rappresentato è frantumato e attraversato da forze conosciute e sconosciute, e viene sempre descritto da punti di vista dislocati apparentemente altrove, anche se proprio questi altrove sono l’unica possibile forma di identità. In questa direzione vanno la continua invenzione linguistica, la sfrenata fantasia delle immagini e delle associazioni, i cambi di ritmo, le sonorità incalzanti. Una brillantezza mai gratuita, che è tutt’uno con il lavorio del pensiero e le sue brucianti accensioni in presa diretta.

 

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